Unione Europea PDF Stampa E-mail

 

L’Unione europea (Ue) è oggi una realtà concreta e vitale. Sotto il profilo geografico, copre una superficie di 4.326.253 km2 ed è settima su scala mondiale per estensione territoriale. Di essa fanno ormai parte 27 paesi, la cui popolazione complessiva ammonta a 494.988.486 cittadini. È prima al mondo per quanto riguarda il PIL, 13.841 miliardi di USD e la sua economia è non soltanto la più ampia e dinamica del mondo, ma addirittura si presenta in continua espansione.

Non solo. L’Unione europea è essenzialmente il risultato di un processo in più tappe, fortemente voluto da alcuni statisti e intellettuali, i cosiddetti “padri fondatori” dell’Europa, che avevano vissuto la guerra e che volevano garantire un futuro diverso al vecchio continente. In effetti, a tutt’oggi gli obiettivi di lungo periodo dell’Ue sono: assicurare la pace, la prosperità e la stabilità dei suoi popoli; superare le antiche divisioni tra gli stati; garantire la sicurezza dei cittadini, anche attraverso uno sviluppo economico e sociale quanto più equilibrato possibile; rispondere alle nuove sfide (globalizzazione, cambiamento climatico, carenza di risorse energetiche) e preservare la diversità, anche culturale, dei popoli europei.

 

Le origini

L’idea di Europa non è nata, come da più parti ritenuto, all’indomani della seconda guerra mondiale. È stata al contrario un sogno coltivato da filosofi, intellettuali e visionari, tra i quali personalità del calibro di Victor Hugo e Giuseppe Garibaldi, per citare i nomi più noti, già nell’Ottocento, nonché nel periodo tra le due guerre, allorché l’idea di un’unione federale europea si concretizzò per la prima volta come tema di dibattito a livello diplomatico attraverso il Piano Briand, presentato all’Assemblea della Società delle Nazioni il 1 maggio del 1930.

Dal 1945, e ancor prima, durante la Resistenza, uomini variamente impegnati nelle file dell’antifascismo militante cominciarono a riflettere sull’opportunità di agire concretamente per evitare il ripetersi in Europa di catastrofi analoghe a quella appena trascorsa. In questo clima Robert Schuman, il 9 maggio 1950, ispirato da Jean Monnet, il burocrate francese ideatore del metodo di integrazione settoriale, pronunciò la celebre Dichiarazione con cui invitava i vicini tedeschi a superare gli antichi antagonismi e a mettere in comune la produzione del carbone e dell’acciaio, cioè dei due elementi chiave dello sviluppo industriale coevo.

Pronto il consenso dell’allora Cancelliere Konrad Adenauer, che aveva mostrato simpatia per l’europeismo fin dagli anni Trenta, come pure del presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi, altro europeista convinto. Allo stesso modo, pur con qualche reticenza in più, aderirono alla proposta di Schuman i paesi del Benelux, Belgio, Lussemburgo e Olanda, recentemente usciti dal quinquennio di occupazione nazista.

La struttura disegnata da Monnet e Schuman, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), istituita con il Trattato di Parigi il 18 aprile 1951, prevedeva la creazione di un organo di riferimento a carattere sovranazionale, l’Alta Autorità, la quale avrebbe controllato la produzione carbosiderurgica dei sei Paesi firmatari.

I successi della CECA alimentarono le speranze degli europeisti militanti (in primis il federalista autore del Manifesto di Ventotene, Altiero Spinelli), i quali cominciarono a credere che fosse giunto il momento di fare un passo avanti importante sulla via verso gli Stati Uniti d’Europa e di istituire un esercito europeo. Pertanto, il 27 maggio 1952 i Sei sottoscrissero il Trattato CED (Comunità europea di Difesa), mentre l’anno successivo un’Assemblea ad hoc, guidata dal belga Paul-Henri Spaak, redasse un progetto per la creazione di una Comunità Politica Europea (CPE).

I due progetti fallirono simultaneamente allorché l’Assemblea Nazionale francese, nell’agosto del 1954, rinviò a data da destinarsi la ratifica della CED.

Dalla situazione di stallo si uscì ufficialmente il 25 marzo 1957, con la firma dei Trattati di Roma e la nascita della CEE (Comunità Economica Europea) e dell’Euratom (Comunità europea dell’energia atomica).

I trattati di Roma, soprattutto, istituirono quello che ancora oggi è noto come Mercato Comune (MEC), cioè uno spazio in cui le merci circolano senza essere sottoposte a diritti di dogana.

Lo stesso 25 marzo 1957 nascevano anche quattro delle istituzioni ancora in funzione: il Consiglio dei ministri, la Commissione, la Corte di Giustizia e un’Assemblea comune, che dal 1962 prendeva autonomamente a denominarsi Parlamento europeo.

Gli anni Sessanta, oltre a salutare l’avvio della Politica agricola comune (Pac), nel 1962, si contraddistinsero per la tensione tra le istituzioni comunitarie, la Commissione soprattutto, all’epoca guidata dal tedesco Walter Hallstein, e la presidenza della Repubblica francese, allora occupata dal generale Charles De Gaulle. La cui politica europea mirava essenzialmente a congelare l’avanzamento dell’integrazione secondo il metodo comunitario e, di contro, a ricondurre l’Europa dei Sei entro i limiti più ristretti della cooperazione intergovernativa. Tra il 1961 e il 1967, diverse furono le azioni intraprese dal Generale per raggiungere i suoi obiettivi. A partire dal lancio dei due Piani Fouchet sull’integrazione politica (1961-1962), che altro non furono se non tentativi di riformare la struttura comunitaria sulla base della più rigida impostazione confederalista; al veto opposto alla candidatura britannica all’ingresso nella Cee (nel 1963 e nel 1967), volto a bloccare l’adesione alla Comunità di un governo che avrebbe potuto contendere alla Francia la leadership del processo di unificazione continentale; alla ben più eclatante politica della “sedia vuota”, nel giugno del 1965, cioè alla decisione di ritirare i rappresentanti francesi dalle istituzioni europee come segno di protesta nei confronti dei tentativi della Commissione di introdurre un sistema di “risorse proprie” comunitarie. Tale crisi si risolse soltanto nel gennaio del 1966, con il compromesso di Lussemburgo, il quale, sostanzialmente, riportava l’Europa allo status quo ante.

Nel 1973, l'acquisizione della membership comunitaria da parte di Danimarca, Irlanda e Regno Unito, oltre a consacrare il primo allargamento della Comunità, da sei a nove membri, segnava anche il definitivo allontanamento di De Gaulle dalla scena continentale e internazionale.Tale allargamento, tuttavia, si compiva in un quadro nient'affatto tinteggiato da linee rosee. La guerra del Kippur e il conseguente shock petrolifero avevano infatti gettato l'intero pianeta in una profonda crisi economica e, di fatto, avevano portato al fallimento il primo tentativo di coordinamento tra le valute europee, rappresentato dal serpente monetario. Non a caso, gli anni Settanta si sarebbero consumati, a livello comunitario, dall'intensificarsi delle discussioni sul rafforzamento della struttura della Cee in vista della creazione di un'Unione europea propriamente detta. Tra le principali realizzazioni meritano di essere segnalate: nel 1974, al vertice di Parigi, l'istituzionalizzazione del Consiglio europeo (da non confondersi con il Consiglio d'Europa, creato nel 1949), incaricato di definire gli indirizzi generali della Comunità mediante riunioni a livello dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri. In secondo luogo, nel marzo del 197, l'entrata in vigore dello Sme (Sistema monetario europeo), decisa dal Consiglio europeo di Parigi. In terzo luogo, nel giugno del 1979, la prima elezione a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo, il quale diveniva la prima istituzione dotata di effettiva legittimità democratica.

Gli anni Ottanta si aprivano con l'entrata della Grecia (gennaio 1981), che aveva liquidato il regime dei colonnelli, quale membro a pieno titolo della Comunità. Tale evento decretava anche l'apertura di una stagione di avvicinamento tra i Nove e gli Stati del bacino del Mediterraneo recentemente usciti da esperienze di governi dittatoriali. Non a caso, all'ingresso ellenico seguirono, a breve distanza, più precisamente nel 1986, le adesioni di Portogallo e Spagna, rispettivamente emancipatisi dalla dittatura del tandem Caetano-Salazar e dal dominio franchista. 

Nel frattempo, nel 1984, il Parlamento europeo approvava il Progetto di Trattato sull'Unione europea, meglio noto come "Progetto Spinelli", dal nome del suo estensore, il federalista europeo, nonché europarlamentare italiano, Altiero Spinelli. Tale progetto mostrava che il dibattito sulla necessità di approfondimento dell'integrazione era oltremodo vivo e partecipato. Anzi, trovò ulteriore alimento grazie al ricambio ai vertici dell'esecutivo brussellese, il quale, a partire dal 1985, fu affidato alla guida dell'europeista francese Jacques Delors. Sotto l'impulso del nuovo presidente la Commissione presentava, il 14 giugno un Libro bianco sul completamento del mercato interno entro la fine del 1992. Il Libro bianco rappresentò un importante base di partenza dalla quale avviare le discussioni che avrebbero portato, nel 1986, alla firma dell'Atto unico europeo (Aue), entrato in vigore il successivo 1 luglio. 

Con l'Atto unico il completamento del mercato interno diventava formalmente un obiettivo della Cee e venivano altresì formalizzate la politica regionale, qualla ambientale e quella riguardante la ricerca, le quali erano già state avviate, seppure in assenza di una specifica base giuridica. Sotto il profilo più propriamente istituzionale, d'altro canto, veniva estesa l'applicazione del voto a maggioranza qualificata all'interno del Consiglio, si prevedeva un potere di "parere conforme" del Parlamento per gli accordi di adesione, di associazione e di cooperazione con i paesi terzi e con quelli in via di sviluppo, e soprattutto si introduceva una "procedura di cooperazione" tra Parlamento e Consiglio da applicarsi nei campi del mercato interno, della politica sociale, della coesione economica e sociale e della ricerca. 

A chiudere gli anni Ottanta interveniva un evento di portata epocale. Nel 1989, infatti, il crollo del muro di Berlino segnava la fine della guerra fredda e l'inizio di un lento processo di riconciliazione tra due metà dell'Europa rimaste per oltre 40 anni separate da quella che Winston Churchill aveva definito la "cortina di ferro". Le ricadute sul processo integrativo connesse a tale avvenimento non si fecero certo attendere. Nel 1990, infatti, la riunificazione tedesca imponeva alla Comunità un mini-allargamento, con l'inclusione della Germania est nel novero dei Dodici. Tale adesione, seppure informale, impose un'immediata ridefinizione degli equilibri interni alla Cee, soprattutto in termini di ridistribuzione dei finanziamenti, con la ex Repubblica Democratica Tedesca che diventava una delle aree maggiormente bisognose di sostegno allo sviluppo. 

L'Unione europea dalla nascita ai nostri giorni

Le diverse questioni sul tappeto della Comunità sembrarono improvvisamente trovare sbocco e sistemazione nel trattato che venne firmato nel 1992 a Maastricht, nei Paesi Bassi e che entrò in vigore il 1 novembre 1993. Tale trattato istituiva infatti la tanto invocata Unione europea sotto forma di struttura in tre pilastri. Il primo, cosiddetto "comunitario", costituito dalle tre Comunità esistenti. Il secondo e il terzo, che al contrario erano basati sul metodo della cooperazione intergovernativa, riguardavano la Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) e la cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni (Gai). 

Si trattò senz'altro di un grandissimo risultato per i Dodici, i quali riuscivano sia a raggiungere una tappa di primaria importanza sotto il profilo dell'approfondimento dell'integrazione, sia a creare la tanto auspicata Unione economica e monetaria (Uem), che si prevedeva di realizzare in tre fasi ed entro il 1997 o, al più tardi, entro il 1999. Altra innovazione degna di essere ricordata fu l'ufficializzazione del concetto di cittadinanza europea (art. 8 del TUE). 

La portata dei successi conseguiti si calcolò anche sulla base del potere di attrazione che la neo-istituita Unione seppe esercitare su paesi rimasti volontariamente ai margini della Comunità, vale a dire l'Austria, la Finlandia e la Svezia, i quali, non a caso, già nel 1995 portarono a compimento le procedure di adesione ed entrarono a comporre l'Ue dei Quindici. 

L'ingresso dei nuovi membri rese ancora più evidente l'urgenza di procedere ad un riesame del Trattato, peraltro ripetutamente richiesto dai delusi dai risultati politici di Maastricht, soprattutto in materia di Pesc. Alla firma del nuovo testo si giunse nel 1997, ad Amsterdam, con l'entrata in vigore dello stesso posticipata di due anni (1 maggio 1999). 

Già nuove sfide si presentavano allora davanti all’Ue. Il quadro internazionale era in rapida evoluzione, l’economia diveniva progressivamente più globalizzata, con ripercussioni evidenti sul piano dell’occupazione, si andavano intensificando la criminalità internazionale e le problematiche legate all’ambiente e alla salute pubblica. Il trattato si pronunciava su ognuno di questi temi. A partire dall'introduzione della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale e della disciplina per l'integrazione del sistema di Schengen (gli accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone erano stati firmati il 14 giugno 1985) nella cornice normativa dell'Unione europea. Proseguendo poi con l'incoraggiamento di una definizione di strategie coordinate fra gli Stati membri e l'Unione per l'incremento dell'occupazione. Per quanto attiene invece all'ambiente, si stabiliva che le esigenza connesse con la tutela dell'ambiente fossero "integrate nella definizione e nell'attuazione delle altre politiche comunitarie". In materia di Pesc, infine, veniva istituita la figura di Mister Pesc", cioè dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune.

Il 1 gennaio 1999 l'Unione europea segnava un'altra tappa epocale sul cammino verso l'unificazione del continente. In 11 paesi veniva infatti per la prima volta introdotto l'euro, benché all'inizio il suo utilizzo fosse limitato esclusivamente alle transazioni finanziarie e commerciali. La nuova moneta avrebbe invece iniziato a circolare ufficialmente, sotto forma di monete o banconote, il 1 gennaio 2002. L'Eurozona fu inizialmente composta da Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Seguì l'ingresso della Grecia (2001), della Slovenia (2007), di Cipro e Malta (2008) e della Slovacchia (2009).

Nel marzo del 1999, tuttavia, le forzate dimissioni della Commissione guidata dal lussemburghese Jacques Santer, mostrarono improvvisamente l'intrinseca debolezza dell'esecutivo brussellese, rendendo altresì impellente il problema della trasparenza e dell’efficienza istituzionale comunitaria di fronte ai futuri ambiti di azione.

Era evidente, quindi, che l'Unione dovesse mettere mano ai trattati, sia per rafforzare l'impalcatura istituzionale esisente in vista dell'allargamento, sia per predisporre una struttura capace di accogliere i nuovi entrati senza che il loro ingresso comportasse pericolosi rallentamenti in un meccanismo comunitario già di per sé soggetto a brusche frenate e caratterizzato da un processo decisionale quanto mai farraginoso. Il Trattato di Nizza tuttavia, firmato nel dicembre 2001 ed entrato in vigore il 1 febbraio 2003, diversamente dalle aspettative dei suoi estensori, non seppe apportare alla struttura dell'Unione le modifiche auspicate. Pertanto, il successivo Consiglio europeo di Laeken (14-15 dicembre 2001) stabilì di incaricare un organismo nuovo, la Convenzione europea sul futuro dell'Unione, della ricerca di soluzioni possibili per affrontare adeguatamente e con la necessaria efficienza le sfide future.

La Convenzione, che rimase in funzione dal febbraio 2002 al luglio 2003, sotto la guida del francese Valéry Giscard D'Estaing, concluse i suoi lavori conl'elaborazione di una bozza di Costituzione europea. Il Trattato istitutivo di una Costituzione per l'Europa, dopo essere stato emendato da una Conferenza intergovernativa (CIG), veniva firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Nell'occasione a sottoscrivere il nuovo testo furono chiamati i plenipotenziari di 25 paesi, anziché dei 15 di Nizza. Il 1 maggio 2004, infatti, si era già compiuto lo storico allargamento ai Peco, in virtù del quale anche Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria erano divenuti membri effettivi dell'Ue.

Il trattato costituzionale, in particolar modo, introduceva le modifiche necessarie a rendere più efficiente e più trasparente l’Unione agli occhi dei suoi cittadini. Per far fronte alle difficoltà del funzionamento di un’Europa a Venticinque, poi, il nuovo testo semplificava il funzionamento dell’Ue in termini di competenze e di esercizio delle stesse, come pure a livello istituzionale e finanziario.

Rispettivamente il 29 maggio e il 1 giugno 2005 il 54,8% dei cittadini francesi e il 61,1% degli olandesi rifiutavano il nuovo trattato. A motivare tale scelta le ragioni più diverse, di carattere politico, culturale e sociale. Fatto sta, ad ogni modo, che il processo costituzionale europeo si interrompeva bruscamente, e si apriva contestualmente "un periodo di riflessione" sostanzialmente contrassegnato dallo stallo delle riforme. Nel frattempo, il 1 gennaio 2007, due nuovi paesi acquisivano lo status di membri dell'Ue, la Bulgaria e la Romania.

L’iter delle riforme riprendeva, certo senza suscitare grandi entusiasmi e in un clima di sospetti e di reticenze nei confronti dei nuovi entrati, con i negoziati che portavano alla firma del Trattato di Lisbona, il 13 dicembre 2007. Bocciato dal referendum irlandese nel giugno 2008, il testo firmato nella capitale portoghese sembra ormai essere prossimo ad entrare in vigore, giacché, il 2 ottobre 2009, i cittadini della piccola isola d’oltremanica hanno espresso il proprio favore alla ratifica ed anche la Polonia ha pronunciato il proprio "sì".