21 Luglio 2010 - Al BIRAQ: l'Italia e l'Europa non possono lasciare 250 persone in un carcere a cielo aperto PDF Stampa E-mail
Nelle ultime settimane, c'è una vicenda, che forse a prima vista può sembrare poco correlata con quelle della nostra regione o in generale dell'Europa, perchè si svolge al di fuori dei confini continentali ma all'interno del deserto libico.
Da fine giugno tramite la segnalazione disperata di uno dei 250 sfortunati immigrati via sms ad un suo connazionale nel nostro Paese, l'opinione pubblica italiana, quella europea e quella mondiale è venuta
a conoscenza di una vicenda che getta una luce oscura sui famosi accordi tra il Nostro Paese quello libico sull'accoglienza di coloro che cercano di scappare dalla fame, dalla povertà e dalla dittatura.

Dei cittadini eritrei che fuggono dal loro Paese, per motivi di carattere politico e che arrivati in Libia, vengono rinchiusi in un carcere di massima sicurezza come quello di Al Biraq per avere violato le leggi di immigrazione di quel Paese.

Alcune inchieste giornalistiche hanno parlato di pestaggi, di violazioni continue dei diritti civili nei loro confronti.

Ora il mondo dei media si è focalizzato su questo drammatico episodio così come le ONG. Il punto è che non è un episodio, per così dire, “ a se stante”, una parentesi. Da anni, dal Corno d'Africa, migliaia e migliaia di persone, partono con pochi mezzi, in condizioni disperate, alla ricerca di un benessere in Italia e in Europa. Molti di loro, (come raccontano bene due docufilm del regista Segre, “Come un uomo sulla terra” e “A Sud di Lampedusa”) rischiano la vita e non pochi di loro la perdono nel deserto libico morendo nel migliore dei casi di stenti, nel peggiore dei casi vittime di soprusi di cui si parla tanto in questi giorni.

Insomma non si può far finta di essere stupiti e pensare che sia una “novità”, un “episodio”.

Come dicevamo prima, la vicenda può sembrare poco legata a noi. Ma non è così. Perchè un Italia civile, una Unione Europea che basa sui diritti civili la sua stessa ragion d'essere ( e non solo ora dal Trattato di Lisbona, ma pressochè ininterrottamente da quasi 60 anni) non possono chiudere gli occhi di fronte a ciò che succede al Biraq.

Non si può chiudere gli occhi nemmeno di fronte alla “scrollata di spalle” che il ministro dell'Interno italiano, Roberto Maroni, ha fatto negli scorsi giorni, affermando che seppur vero che con la Libia il nostro Paese ha una serie di accordi bilaterali sull'accoglimento di queste popolazioni nel paese maghrebino, non spetti all'Italia il compito di difendere in qualche maniera il loro diritto ad un trattamento civile ed equo.

Soprattutto quando la soluzione trovata ( la liberazione fittizia di 205 di loro dal carcere libico dietro il pagamento di 800 dollari e la loro dispersione nel deserto a Sebah, a 75 chilometri dal carcere, senza documenti) rischia di essere addirittura peggiore del problema che si era posto.

Senza contare che il Nostro Paese, ha un debito con la popolazione eritrea legato ad anni e anni di colonialismo, spesso non troppo civile, e che perciò tutto questo dovrebbe obbligare i nostri ministri ad avere un attenzione ancora maggiore rispetto a quello che succede da quelle parti.

La verità maggiore che emerge da questa vicenda è che comunque l'idea tutta del governo Berlusconi di avere “risolto” il problema degli sbarchi in Sicilia, tramite l'accordo con la Libia, se non è accompagnata dalla presenza seria di un nutrito gruppo di osservatori delle Nazioni Unite sul territorio dello stato libico, allo scopo di tutelare i diritti di questi sfortunati, è quantomeno velleitaria.

L'Italia, L'Unione Europea non possono chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò. Bisogna intervenire e presto.

Pena, altrimenti, il rischio di avere dimostrato l'effettiva mancanza di uno spirito italiano ed europeo dei diritti civili, che dovrebbe vegliare in maniera indiretta fuori e dentro i confini del nostro Continente, come in questo caso.